Se per molti anni l'Impressionismo italiano è stato considerato poco più che una costola del celebre e prolifico movimento francese, o addirittura un movimento del tutto
inesistente, oggi l'atteggiamento dei critici d'arte è mutato. In tempi recenti, appassionati studiosi (fra i quali Renato Barilli, curatore di questa mostra) hanno dimostrato
come il termine “impressione” - usato nell'accezione che un critico diede alla tela “Impression au soleil levant” di Monet, durante la celebre mostra allo studio fotografico
Nadar nel 1874 - fosse ben presto presente nelle notazioni artistiche di alcuni autori italiani dell'epoca, tra i quali Giovanni Fattori. La nascita dell'impressionismo,
decretata proprio con l'evento espositivo del '74, suggerì il nome ad una compagine di artisti perlopiù eterogenei, ma accomunati dal desiderio di cogliere le impressioni della
realtà direttamente “en plein air”; vale a dire, liberando la pittura dai vincoli del cavalletto e scendendo in mezzo alla natura per poterne essere “impressionati”, esprimerne
la luce, il sole, l'aria e le sfumature di colore. Ebbene, queste assonanze artistiche - così come l'attenzione per la fotografia, cruciale nei colleghi d'Oltralpe - sono
presenti in molti autori italiani. La rassegna bresciana rende ragione di queste assonanze, attraverso un'esposizione organizzata secondo criteri cronologici (dal 1860 al 1895),
ma anche e soprattutto regionali. Si prende l'avvio con i Macchiaioli, colti non solo nelle loro scene di genere ma pure nel momento in cui tralasciano la storia ed un certo
regionalismo per tentare nuove strade. Ne sono esponenti Fattori, Lega, Cabianca, Banti, e i successivi Signorini, Abbati, Sernesi. In Lombardia, è la Scapigliatura ad offrire
la meraviglia di atmosfere nebbiose e di un fluire intenso di colori di interni cittadini, con Cremona e Ranzoni, ma anche Mosè Bianchi e Gignous. Non ultimo, il fervore
artistico di Napoli con De Nittis e Cecioni, di Venezia con Zandomenighi, di Piemonte e Liguria con Pittara e Avendo. Un capitolo a parte, poi, si apre con Boldini e il già
citato De Nittis, esuli verso la Francia e le sue suggestioni internazionali; il primo, fervido pittore di aristocratiche dame e dei loro salotti bene, già conquistato dal
guizzo pittorico del Futurismo.