La vita di Antonino Gandolfo si svolge entro un ritmo comune, dominata da una calma esteriore incomprensibile a chi - penetrando le opere del pittore catanese - voglia risalire dalle forme artistiche, dalle espressioni pittoriche delineanti la vita dello spirito, alla vita materiale vissuta dall'artista a Firenze e a Catania. Chi si accosta infatti alle sue tele, sente un divario strano fra la vita che l'artista nelle due città svolge compassata, con uniformità seria che è dignità e compostezza, e il turbinoso variare di stile, d’ispirazione da quadro a quadro, anche se questi sono vicinissimi e conclusi entro uno stretto periodo di tempo che dovrebbe caratterizzarne una tonalità espressiva simile, una caratteristica di stile unica e definitiva.
Poche date infatti possono inquadrare interamente i fatti notevoli e decisivi della sua vita esteriore di gentiluomo dell'ultimo ottocento: moltissime invece ne occorrerebbero - una per ogni opera, rifinita o incompleta - per fissare le tappe di questo spirito cercatore e ognora scontento che imbocca ogni via per la realizzazione dei suoi fantasmi d'arte, che chiede alla tavolozza impasti non dettati da alcuna scuola. Che se una scuola avesse egli seguito, non intesa come dettame inerte d'accademia ma come regola d'arte creata dal suo spirito stesso e atta a improntare di stile personale tutta una produzione d’opere, il Gandolfo avrebbe fissato compiutamente, e in complesso più armonico, l' indole dell' arte sua. La quale, come andiamo vedendo, ha sprazzi di luce vivida e sempre nuova, ma non perenne.