Carracci erano tre cugini bolognesi, Annibale (1560-1609) e Agostino (1557-1602) erano fratelli, mentre Ludovico (1555-1619) era loro cugino, provenivano da una famiglia della piccola borghesia locale e si dedicarono alla pittura formandosi nell'ambiente cittadino che negli anni della loro giovinezza era dominato dagli artisti della tradizione del tardo-manierista locale come: Domenico Tibaldi, Prospero Fontana e Bartolomeo Passarotti.
Non ebbe una vita maledetta come Caravaggio, suo contemporaneo e compagno
d´avventura, ma morì di depressione, sbeffeggiato dal suo principale sostenitore, il cardinale Odoardo Farnese. Fu per quelli della sua epoca, alla fine del Cinquecento, il «nuovo Raffaello» e
restò, fino all´Ottocento, un modello da studiare e copiare nel disegno e nei dipinti, per chi voleva intraprendere la carriera da artista. A metterlo da parte fu la «rivoluzione contemporanea»:
l´etichetta usata, scomoda e un po´ polverosa, fu quella di «accademico».
Forse anche per questo Annibale Carracci (1560-1609), il più giovane dei tre artisti bolognesi, fratello di Agostino e cugino di Ludovico, è stato quasi dimenticato dal pubblico e dalla critica,
e solo ora, per la prima volta, le sue opere sono raccolte in una mostra personale che s´inaugura alle 18 al Museo Archeologico, poi aperta da domani al 6 maggio (martedì e venerdì 9-19; sabato e
domenica 10-19). Tutti e tre insieme, i Carracci, come sono conosciuti quasi fossero un corpus unico, erano stati rivalutati grazie a una esposizione organizzata da Cesare Gnudi nel 1956. Però
mai l´attenzione s´era fissata, in maniera così puntuale, sulla figura di Annibale, oggi invece considerato il più innovativo, talentuoso, sperimentatore.