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2011-01-17T09:14:00+01:00

la ressurezione di Lazzaro di Caravaggio

Pubblicato da quattrochiacchiere.over-blog.it

La resurrezione di Lazzaro" è, per certi versi, la più "moderna" delle
opere di Caravaggio: in essa l'artista lombardo riesce a rappresentare la
dicotomia spirituale, il dramma interiore che è tipico dell'uomo di ogni
epoca, ma che è quanto mai attuale oggi, in un periodo profondamente segnato
dalla deriva nichilistica.
Secondo alcuni critici Caravaggio si è autorappresentato nell'uomo il cui
viso compare sopra la mano di Gesù, e che guarda intensamente verso il volto
di Cristo
La figura di Lazzaro, che domina la scena, appare quasi crocifissa: il
braccio destro si alza verso Cristo, quello sinistro è invece rivolto verso
la terra, e verso un teschio che giace su di essa.
La mano sinistra pare voler dire: "Chi sei? Cosa vuoi da me? Lasciami
stare...lasciami dormire...lascia che io rimanga"fedele alla terra"...l'uomo
è fatto di terra, di polvere...."homo humus"......lasciami nella mia
finitudine...lasciami nel mio peccato...lasciami nel mio Nulla....".
Ma la mano destra si protende, si slancia verso Cristo, smania di ricevere
la luce della Grazia, che già balugina sul suo palmo....
Kafka paragonava la vita umana priva della fede alla detenzione di un
ergastolano in prigione: ultimativamente ripetitiva, tetra, disperata.
Di tanto in tanto nella vita ci sono cambiamenti, che però non mutano la
tragica condizione umana: è come cambiare di cella, ma rimanendo nella
medesima prigione.
L'unica speranza, affermava lo scrittore, è che un giorno, inaspettatamente,
improvvisamente, nel corridoio della prigione compaia il Signore, e che Egli
dica, rivolto al secondino, e indicando il prigioniero: "Lui viene con
me...."


caravaggio_resurrezione-lazzaro.jpg


A Messina poi il Caravaggio lascia, nella Chiesa dei Padri Crociferi (ora
nel Museo Regionale), la Resurrezione di Lazzaro commissionata dal genovese
Giovan Battista de' Lazzari per la propria cappella, in omaggio al nome del
casato. Anche qui non manca la drammaticità propria della produzione
siciliana; la travolgente concitazione presente nel dipinto coinvolge
immediatamente lo spettatore. Un committente messinese del tempo scrisse di
Caravaggio: "questo pittore ha il cervello stravolto." Lazzaro alla presenza
di Cristo apre le braccia in un inquieto sussulto nel salvifico segno della
croce. La luce divina ancora una volta rappresentata in tutta la sua
profonda naturalezza invade lo spazio e definisce le forme. Ma non è più la
luce definita, chiara delle opere giovanili, è percorsa invece da un fremito
che crea concitazione in un continuo e dinamico alternarsi di chiari e
scuri.


Sicilia, 1608-1609
Il breve soggiorno di Caravaggio in Sicilia non termina con una fuga come
era iniziato; probabilmente il pittore desiderava tornare a Napoli, dove
anni prima aveva trovato un'ottima accoglienza, o intendeva fare una tappa
di avvicinamento verso Roma, avendo avuto notizie che davano buone
probabilità alla revoca della sua condanna per l'omicidio di Tomassoni. Un'
altra ipotesi vorrebbe che avesse ricevuto minacce da parte di Malta, dopo
la sua ascesa all'onore del cavalierato e la rapidissima espulsione dall'
ordine, con conseguente incarcerazione ed evasione.
A Siracusa ritrovò un amico e collega dei tempi romani, quel Minniti che
spesso gli aveva fatto da modello, che si adoperò presso il Senato per
fargli conferire qualche commessa. A Messina un ricco mercante genovese,
Giovanni Battista de' Lazzari, gli chiese di realizzare una pala con la
Madonna e i santi; Caravaggio gli propose, in omaggio al nome, una
Resurrezione di Lazzaro.
Stando al Susinno, una prima versione dell'opera venne fatta a brandelli a
causa di qualche lieve critica: "Michelangelo colla solita impatienza
sguainò il pugnale che in ogni tempo al fianco portar soleva; gli dié tanti
infuriati colpi che ne restò miseramente squarciata quell'ammirabile
pittura." Il pugnale ricompare durante la lavorazione della seconda tela,
brandito da Caravaggio per convincere i "facchini" a continuare a sorreggere
Lazzaro, che per amor di realismo era un cadavere disseppellito "già
puzzolente di alcuni giorni."
Lazzaro, infatti, nel quadro, non ha ancora obbedito al gesto perentorio del
Cristo, e sembra restio a tornare in vita, con una mano tesa verso un
teschio (la morte come conseguenza del peccato originale) e l'altra verso il
Salvatore. Pagine e pagine di esegesi hanno visto in questo quadro il
riflesso del dramma esistenziale della religiosità di Caravaggio, sospeso
tra speranza e disperazione, bramoso di espiazione ma dubbioso sulla propria
redenzione.


Sbarcato a Siracusa dopo una rocambolesca fuga dalle prigioni maltesi,
Caravaggio rimane in città per qualche mese, giusto il tempo per realizzare
la Sepoltura di santa Lucia, e poi si sposta più a nord, a Messina. Qui, all
'inizio del 1609, il ricco mercante genovese Giovan Battista de' Lazzari gli
affida l'esecuzione di una pala per la cappella maggiore della chiesa dei
Padri Crociferi, detta anche dei Ministri degli Infermi. Stando a quanto
narra Francesco Susinno, biografo settecentesco dei pittori messinesi che
alle imprese di Caravaggio dedica un ampio e fantasioso resoconto,
scegliendo la Resurrezione di Lazzaro come soggetto per la tela il mercante
avrebbe voluto alludere alla sua casata. È comunque evidente che le attività
di assistenza ai malati a cui erano dediti i Padri Crociferi giustificano
già di per sé la rappresentazione del corpo ormai putrefatto di Lazzaro che
riprende vita alle parole di Cristo.
Susinno traccia di Caravaggio un ritratto a fosche tinte, descrivendolo come
un uomo violento e inquieto che gira perennemente armato e dorme vestito, un
«pazzo che non può dirsi di più». Caravaggio avrebbe anche preso a rasoiate
la tela con la Resurrezione di Lazzaro, offeso per le leggere critiche con
cui il pubblico l'aveva accolta. Di questa prima versione, sostituita
secondo la leggenda da un'altra realizzata a tempo di record da Caravaggio,


non è rimasta alcuna traccia ed è probabile che si tratti di un parto del
fantasioso biografo.
È comunque un uomo disperato l'autore di questa lancinante tela, immersa in
una oscurità profonda, in cui si insinua una tenue lama di luce che delinea
appena i corpi. Cristo che entra da sinistra ha lo stesso gesto con cui
nella cappella Contarelli chiamava a sé Matteo, mentre il corpo di Lazzaro
ricorda quello di Cristo nella Sepoltura, ma è più rigido e livido. La scena
concitata si svolge in un interno, di cui si distingue a malapena un
poderoso pilastro, dove due uomini reggono ancora la pietra che copriva la
tomba; una fossa comune, come si arguisce dal teschio e le ossa sparse sul
pavimento. Intanto, a sinistra, la folla preme alle spalle di Gesù e si alza
sulla punta dei piedi nel tentativo di vedere qualcosa.
Non siamo tanto di fronte alla raffigurazione del trionfo del potere
salvifico di Cristo sulla morte - morale oltre che fisica -, né all'
esaltazione del potere taumaturgico e miracoloso del Figlio di Dio a cui si
rivolgono gli infermi. Caravaggio si discosta tanto dalla retorica d'effetto
del suo antico maestro, il Cavalier d'Arpino (Resurrezione di Lazzaro,
Roma), quanto dal disteso classicismo di Sebastiano del Piombo (Resurrezione
di Lazzaro, Londra). È un dramma della carne, della povera carne martoriata,
riportata in vita da un gesto pietoso. Forse quel gesto che nelle notti
popolate di incubi lo stesso Caravaggio deve aver ripetuto ossessivamente
davanti alla tomba della sua vittima, Ranuccio Tomassoni.

 

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